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S.Sofia d'Epiro

Territorio > Valle Crati

Santa Sofia d'Epiro è un comune italiano di 2.954 abitanti della provincia di Cosenza. La popolazione è di lingua, cultura ed etnia arbëreshë (italo-albanese), e conserva ancora i costumi tradizionali e il rito bizantino-greco degli antenati. La fondazione di Santa Sofia d'Epiro è largamente anteriore alla venuta dei greco-albanesi nella Calabria Settentrionale alla fine del XV secolo. Il vasto arco di colline che si estende a nord-est di Bisignano e scende fino al fiume Crati, fu diviso fin dal Medioevo in cinque grosse contrade: la Terra di Santa Sofia ed i casali di Musti, Appio, San Benedetto e Pedilati, infeudate ai vescovi di Bisignano da Papa Celestino III con la bolla del 13 aprile 1192 e dal re di Napoli Tancredi IV.

Altri riferimenti archivistici ci informano dell'esistenza di questi piccoli centri abitati: in un registro contabile, nel 1268, tra "Sanctus Benedictus" e "Alimusti" è inserito il nome di "Sancta Sofia" seguito da "Apium"; nel 1269 secondo una cedola angioina la popolazione di Santa Sofia risulta composta da 213 persone; nel 1276 il numero ufficiale di fuochi (famiglie) del casale è di 50; nel 1331 dalla Platea dell'archivio Vescovile di Bisignano abbiamo notizie del Casale di Pedilati.

Un'altra importante conferma si trovava in un'iscrizione dell'epoca di Mario Orsini, vescovo di Bisignano (1611-1624), collocata nel Palazzo dei Vescovi Baroni di Santa Sofia nel 1622 e che uno dei suoi successori, Mons. Bonaventura Sculco (1745-1780), fece fortunatamente riprodurre nel 1750 in un atto notarile, prima che venisse distrutta durante i lavori di ampliamento del palazzo.

Riguardo all'origine bizantina di Santa Sofia si deve effettivamente considerare che verso l'anno 869 i Bizantini fecero irruzione nei confini del Principato Longobardo di Salerno occupando Cosenza, Bisignano e Rossano. È probabile quindi che un esiguo gruppo di soldati, fermatosi sulle colline poco lontane da Bisignano, avrebbe dato origine ad un minuscolo nucleo di abitazioni, attribuendogli il nome di Santa Sofia. Dopo un iniziale momento di sviluppo e di accrescimento demografico le cinque borgate vennero spazzate via dalla tremenda epidemia di peste che infierì sulla Calabria alla metà del XIV secolo. I danni della peste furono aggravati dai numerosi terremoti, tra i quali il più disastroso fu quello del 1450. I feudi del Vescovo di Bisignano rimasero desolatamente vuoti ma, ciò che più conta, assolutamente improduttivi. Per questo motivo dal 1472 Mons. Giovanni Frangipani, Vescovo di Bisignano dal 1449 al 1475, favorì l'insediamento di un gruppo di profughi provenienti dall'Epiro nelle sue terre. Negli stessi anni era Principe di Bisignano Girolamo Sanseverino (1471-1478).

La già citata epigrafe del 1622 del Palazzo Vescovile di Santa Sofia faceva risalire l'insediamento della Comunità di Albanesi a 150 anni prima della collocazione dell'iscrizione, ovvero nel 1472. Da questo momento gli Albanesi si trovarono irrimediabilmente invischiati nella rete di obbligazioni e tributi fiscali che gravavano sulle popolazioni dell'Italia Meridionale in quel particolare momento storico. Essi risultarono sottomessi sia al Vescovo di Bisignano che al Principe Sanseverino e ad ambedue dovevano corrispondere decime su tutte le loro attività. Inoltre il Vescovo esercitava sulla popolazione la giurisdizione civile e religiosa, mentre il Principe aveva nelle sue mani quella criminale. Per regolarizzare la loro posizione giuridica e per difendersi dai soprusi dei gabellieri, gli albanesi di Santa Sofia contrassero nel 1530 Capitolazioni con il Principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino, redatte in Morano il 1º agosto dello stesso anno. Nel 1586 i Sofioti stipularono degli altri statuti con il Vescovo Mons. Domenico Petrucci (1584-1598) e precisamente il 26 settembre in Bisignano presso il Notaio Marcello Baccario. Altro importantissimo documento è la Platea dei beni dell'episcopato bisignanese, redatta dal canonico tesoriere della cattedrale Mons. Francesco Domenico Piccolomini (1492-1530).

In questo atto si leggono i fuochi che costituivano i casali di Santa Sofia (77 fuochi) e di Pedilati (29 fuochi). Nel 1543 gli abitanti di Pedilati, per protesta contro l'eccessivo fiscalismo, bruciarono Casale e si stabilirono in Santa Sofia che contava ormai 96 fuochi, circa 296 abitanti. Durante il principato di Bernardo Sanseverino cominciò la decadenza economica della florida dinastia dei signori di Bisignano. Le difficoltà finanziarie della Casa divennero ancora più evidenti sotto il suo discendente Carlo Mario Sanseverino che, per rimediare alle dissolutezze del padre, si vide costretto a svendere numerosi feudi che costituivano il suo patrimonio.

Il Casale di Santa Sofia fu dal 1517 al 1572 feudo di Casa Sanseverino per poi passare ai Milizia (1572 - 1601) da cui venduto nel maggio 1601 ai Baffa Trasci[1] (1601 - 1606) per essere successivamente dagli stessi ricomprato e mantenuto sino al 1689. Dal 1689 sino all'eversione della feudalità nel 1806 il Casale tornò ad essere feudo di Casa Sanseverino Principi di Bisignano[2].

Per quanto riguarda il resto del XVIII secolo, lo stato della ricerca storica è ancora incompleto e frammentario. Si può quindi affermare che, generalmente, fra gli abitanti del casale regnava uno stato di povertà diffusa, a cui sfuggiva una piccola porzione costituita da nobili locali e proprietari terrieri e dalla numerosa classe dei clerici, possessori di mulini ad acqua, vigneti e gelseti. Nel XVIII secolo, grazie anche al miglioramento delle condizioni culturali favorito dall'apertura del collegio italo-greco "Corsini", prima a San Benedetto Ullano, poi a San Demetrio Corone, si sviluppò gradualmente una nuova classe sociale di ceto medio-borghese. Ciò determinò come conseguenza una più forte differenziazione sociale fra gli abitanti di Santa Sofia.

Si può ancora oggi individuare questo importante movimento sociale dalla costruzione di numerosi palazzotti "nobiliari" pervenutici nelle sistemazioni del XIX secolo, ma sicuramente iniziati e presenti fin dal secolo XVII, che differenziandosi dal semplice tessuto urbanistico del villaggio, evidenziano lo stato di agiatezza raggiunto da alcune famiglie. Da questi casati provengono figure che hanno reso illustre Santa Sofia nel mondo della cultura: Pasquale Baffi, Angelo Masci e Mons. Francesco Bugliari, propensi ad accogliere e diffondere le nuove idee del Secolo della Ragione anche a costo della propria vita. Nel 1806 il sofiota Gabriele Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli fu uno dei patrioti fedeli alla causa della monarchia borbonica a prendere parte all'assedio di Amantea. Nel secolo del Risorgimento furono numerosi i Sofioti che hanno lottato per l'indipendenza e l'Unione della Nazione italiana, dichiarandosi sostenitori della dinastia sabauda contro quella borbonica, la quale trovò fiero sostegno solo nelle famiglie Lopes e Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli. A conferma di ciò nel 1861, storico anno del Plebiscito per l'Unità d'Italia, i 352 votanti di Santa Sofia iscritti nelle liste elettorali si espressero quasi all'unanimità per l'annessione del vecchio Regno di Napoli al nuovo Regno Sabaudo.





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