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S. Giorgio Albanese

Territorio > Colline Joniche Presilane

San Giorgio Albanese (Mbuzati in arbëreshë) è un comune italiano di 1.591 abitanti in provincia di Cosenza, in Calabria. Fa parte della diocesi di Lungro, conservando il rito bizantino, la lingua arbëreshë e i costumi tadizionali.

La prima notizia di un villaggio chiamato San Giorgio (ovvero Sancto Jorio) - nel territorio della contea di Corigliano - risale all'epoca dei Normanni e la si ricava da un documento del 1104, riportato dall'abate Vincenzio d'Avino nel suo volume Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle Due Sicilie (Napoli, Ranucci, 1848). Ecco cosa scrive il d'Avino, citando un antico diploma (carta ruggeriana) proveniente dall'archivio del Patirion: "Il conte Ruggiero donava nel settembre dell'anno 1104, al monastero di Santa Maria Odegitria (Patirion) il casale di Santo Petro in Corigliano... e tre casali...detti Cefalino, Santo Jorio e Lacona (o Lacconi), con loro pertinenze, uomini, lavoratori e non lavoratori, montagne, pascoli, vigneti, giardini, mulini dei fiumi di Corigliano e di Cefalino, diritti e giurisdizioni". Come appare chiaro, al momento della donazione, questi casali erano attivi e coltivati già da tempo. Inoltre va sottolineato che il termine "casale" indicava un villaggio agricolo non fortificato che sorgeva nel territorio di un centro abitato più importante (in questo caso Corigliano). Lo stesso abate d'Avino cita poi un regesto del 1198, risalente a Papa Innocenzo III (1160-1216), nel quale vengono elencati i beni del Patirion fra cui figurano i casali di Crepacore, San Giorgio, Cefalino e Lacconi. Ora, sulla base della storia calabrese ed europea, possiamo immaginare che dal tempo dei Normanni in poi si ebbe un continuo sviluppo agricolo e demografico per i territori della importante abbazia del Patirion, nonché della contea di Corigliano.
Tale progresso ebbe, un arresto traumatico causato dalla grande peste del 1348, alla quale seguirono carestìe, altre epidemie e - per quanto riguarda la Calabria - continue guerre dinastiche e intestine. Il risultato fu una drastica diminuzione della popolazione (almeno un terzo) e l'abbandono di decine e decine di centri abitati, i cui territori ormai incolti divennero pascoli bradi e riserve di caccia. Fu questo il destino di casali come San Giorgio, almeno fino a quando - nel 1469/70 - giunsero dall'altra parte dell'Adriatico consistenti gruppi di famiglie albanesi che fuggivano davanti all'invasione turca.
Con l'assenso dell'Archimandrita del Patirion e con il benestare del Conte di Corigliano, Geronimo Sanseverino, gli Albanesi ripopolarono il casale di San Giorgio verso il 1469/70, usando per i primi decenni, come luogo per le loro funzioni religiose di rito greco, una chiesetta rurale preesistente e dedicata appunto a San Giorgio, protettore del paese. Gli Albanesi disboscarono (con il fuoco), dissodarono e resero produttivi quei territori ormai incolti da oltre 150 anni e per questo ebbero, nei primissimi anni, alcune esenzioni fiscali; ma in seguito dovettero far fronte a tutte le imposte sia a favore dei feudatari (ecclesiastici o laici) sia verso l'Amministrazione centrale regia. Infatti per i terreni loro concessi dal monastero del Patirion dovevano versare annualmente una "decima" del prodotto; per i terreni del conte di Corigliano pagavano dei censi (affitti) e all'amministrazione regia dovevano versare 5 carlini [= 1/2 ducato] all'anno per ogni nucleo familiare. Era, quest'ultima, l'imposta generale del Regno detta "testatico" o "focatico", che gli albanesi pagavano al 50%. Il regime economico-giuridico-sociale di quella piccola comunità era regolato dal diritto feudale, in base al quale il monastero del Patirion possedeva una parte dei terreni circostanti il paese e la giurisdizione delle cause civili; mentre il conte di Corigliano possedeva il resto dei territori e la giurisdizione della cause criminali. Ciò significava, in pratica, che il vero potere politico sugli abitanti di San Giorgio non era nelle mani dei monaci del Patirion ma in quelle dei potentissimi Sanseverino. A favore di questi ultimi, però, va detto che non erano solo degli arroganti e avidi padroni, ma si dimostrarono fra i più lungimiranti baroni del Regno di Napoli, tanto è vero che le comunità albanesi insediare nel loro Stato feudale calabrese (e furono la maggioranza) si sono rivelate in seguito quelle che meglio hanno conservato lingua e tradizioni. Questo perché i Sanseverino, pur sfruttando i loro vassalli albanesi come tutti i signori feudali, li protessero sempre dai pericoli e dalle ingerenze esterne.






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