Consorzio di Tutela e Valorizzazione dell'olio Extra Vergine di Oliva D.O.P. Bruzio


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Civita

Territorio > Sibaritide

Civita, detta anche Il paese del Ponte del Diavolo, è un comune italiano di 978 abitanti.
Cvita, prevalentemente in zona collinare, si trova nel Nord-Est della Calabria, affacciato sul mar Ionio. È la porta di accesso privilegiata al Parco Nazionale del Pollino per i visitatori provenienti da Puglia, Calabria e Sicilia.
Il paese venne rifondato e ripopolato nel 1467 da famiglie Greco-Albanesi sulle rovine di un abitato preesistente (una delle 25 città della Sibaritide) distrutta a fuoco dai Saraceni di Sicilia nel 1014. Ciò avvenne per donazione delle rovine di "Cosa, Casale e Feudo" in proprietà perpetua, di Re Ferrante d'Aragona (figlio di Re Alfonso) a tale Giorgio Greco "Scanderberg" e suoi uomini che gli vennero in aiuto a Bari ove era in lotta contro i Turchi. Il Casale e Feudo, ereditato dalla figlia di Giorgio e madamma Anna, passò poi in possesso al marito Geronimo Sanseverino, Principe di Bisignano (CS).

Geronimo Sanseverino, 2º Principe di Bisignano, era nato nel 1448 circa e morto nel 1487. La moglie di quest'ultimo, peraltro, era Giovannella Gaetani dell’Aquila dei Conti di Morcone.

Le gole del Raganello

Ma nel 1487, per gli effetti negativi della fallita congiura dei Baroni contro Ferrante, Geronimo Sanseverino ed altri vennero arrestati con beni confiscati, compreso Casale e Feudo di Civita. Solo nel 1610 Casale e Feudo vennero venduti a privato, tale Tiberio de Urso, per 11.110 ducati, con vendita ratificata dal Viceré Conte di Lemos, don Pedro Fernandez de Castro, che revocò il privilegio del Regno con Decreto del 2 novembre 1613.

È ancora correntemente parlata la lingua degli avi, infatti i civitesi fanno parte di una minoranza etnica riconosciuta e tutelata dallo stato italiano: gli Arbëreshë. Il comune di Civita è stato tra i primi a istituire lo Sportello Linguistico Comunale (previsto dalla Legge 482/99) per la tutela e lo sviluppo del proprio patrimonio etno-linguistico.

L'impronta orientale è evidente anche nella chiesa; gli Arbëreshë, pur essendo cattolici a tutti gli effetti, hanno il permesso dalla Santa Chiesa di Roma di celebrare le funzioni liturgiche bizantine in greco e mantenere così la suggestiva simbologia orientale (tramite i canti in greco ed in albanese, le icone, il battistero, ecc.).







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